My London experience (Ciao mamma, vado a vivere all'estero!)

12:57 Silvia Sgambellone 0 Comments


Ebbene sì anche io sono stata “un’italiana all’estero”.  Come meta del mio periodo “fuggo dall’Italia” scelsi Londra. Perché Londra? Beh, ne rimasi affascinata durante i miei tre mesi d’Erasmus e una volta laureata decisi, insieme al mio ragazzo, di tornarci per fare un’esperienza lavorativa un po’ diversa.
E così fu. Partimmo con le nostre valigie cariche di speranze e di maglioni di lana, le nostre carte di credito in grado di sostenere il costo di un alloggio per la prima settimana di permanenza e quello di almeno un mese d’affitto.



La prima impresa titanica fu quella di cercare casa. Non avevamo molte esigenze, doveva essere almeno apparentemente pulita. Ma come tutti sappiamo, avere una casa linda e a prova di topi non è una delle priorità degli inglesi. Da ogni casa uscivamo sempre più sbalorditi e non riuscivamo a trovarne una che non possedesse la tanto odiata moquette. E se dico “moquette” non immaginatevi quel tessuto rosso e vellutato che trovate negli hotel a cinque stelle, ma una sorta di tappeto grigiastro e sbiadito con delle macchie giganti di origine sconosciuta, per non parlare delle pile di stoviglie accumulate nelle cucine delle case-ostello ossia case vittoriane di circa tre piani abitate da ragazzi e ragazze di diverse nazionalità che non sanno nemmeno di vivere nello stesso edificio. Inutile dire poi, che cercare di spiegare ad un’inglese cos'è il bidet è una causa persa.
Nonostante ciò, dopo vari tentativi e quando eravamo ormai rassegnati, trovammo un’ appartamento decente, “apparentemente” pulito e abitato solo da due sorelle polacche a cui si aggiunsero successivamente tre ragazzi arabi. Dopo aver tirato a lucido, nel limite del possibile, la nostra dimora e aver concluso il trasloco dall’hotel all’appartamento, ci mettemmo alla ricerca di un impiego. Anche quello non fu facile da trovare ed arrivò dopo circa un mese dal nostro atterraggio a Londra. Dopo aver inviato decine e decine di curriculum venni contattata in tempi brevissimi dal gruppo Inditex e dopo aver superato una serie di colloqui venni subito assunta a tempo indeterminato da ZARA U.K. . Lo store si trovava all’interno del centro commerciale Westfield di White City. Il mio team era fantastico, gente giovanissima di diverse nazionalità, perlopiù, e non a caso, italiani, spagnoli e portoghesi. Lavorando circa 5 giorni a settimana riuscivo a pagare l’affitto in una delle zone più centrali di Londra e a fare un salto di tanto in tanto ad Oxford Street per svaligiare Primark. Nel fine settimana, da italiana DOC quale sono, riuscivo a mangiare una buona pizza con tanto di birra Peroni, avevo il tempo di visitare la città e di prendere il sole con gli scoiattoli ad Hyde Park. Potevo tranquillamente tornare a mezzanotte dal lavoro senza essere scortata perché a mezzanotte Londra è in piena attività, i supermercati sono ancora aperti e la gente, me compresa, fa la fila per fare la spesa e per comprare gelato al caramello salato e chocolate chip cookies.
A questo punto vi sorgerà spontanea una domanda ed è la domanda che ancora mi fanno praticamente tutti quando dico d’aver vissuto a Londra: “Come ti è venuto in mente di tornare in Italia? Ti sei bevuta il cervello?” No signori, sono mentalmente sana (almeno credo) e nessuno mi ha mai offerto dei soldi o tantomeno un lavoro per tornare nel mio paese d’origine. E a differenza di quello che molti pensano, non provavo alcuna vergogna nell’essere brillantemente laureata e lavorare come commessa da Zara. Il mio lavoro mi piaceva, certo a volte di più e a volte di meno, ma tutto sommato mi era andata bene, era un lavoro alquanto dignitoso che mi ha aiutato moltissimo a migliorare il mio inglese ed ero anche consapevole che se fossi rimasta in quella città avrei potuto aspirare a qualcosa di più. Quindi perché sono tornata? Semplicemente non riuscivo a capacitarmi del fatto che la mia Italia non mi volesse.

Samuel Johnson scrisse:”...when a man is tired of London, he is tired of life...” ossia “...Quando un uomo è stanco di Londra, è stanco della vita...”.
Io non ero stanca di Londra, ero stanca di tutta quella gente che continuava a dirmi che l’Italia non poteva darmi nulla, che il nostro Paese aveva ormai abbandonato i giovani, che non dovevo tornare in Italia perché tanto non avrei combinato assolutamente niente. Mi sentivo come una fuggiasca, una vigliacca, come quelli che “il mio sogno è vincere la Lotteria” e poi non comprano nemmeno un biglietto ed io avevo fatto lo stesso, ero andata via dal mio Paese senza nemmeno inviare un curriculum.
Non ero pronta ad arrendermi e così intestardita da tutti quei “non tornare in Italia,non c’è niente per te lì” presi la decisione per me più difficile fino a quel momento. Non so perché, non so come, non so quando, ma qualcuno che mi conosce molto bene dice che io faccio sempre il contrario di quello che mi viene consigliato di fare. Ecco, forse questo può esservi d’aiuto per capire le ragioni della mia scelta. Naturalmente, anche il fatto che la mia famiglia vivesse in Italia ha giocato un ruolo importante, proprio perché essa ha un ruolo importante nella mia vita. Decidere di tornare non è stato per niente facile, anche perché il mio ragazzo non era della mia stessa opinione, ma un po’ per amore, un po’ per la filosofia del “va bene dai, proviamoci”,  mi ha seguito e per questo non lo ringrazierò mai abbastanza e spero che non ce ne dovremo pentire in futuro.

Adesso siamo in Italia, comunque lontani dalle nostre famiglie che vivono al sud, ma nonostante tutto e tutti andiamo avanti aggiungendo, giorno dopo giorno, piccoli pezzi al grande puzzle della nostra vita.
Non ho un lavoro fisso, anzi per il momento un lavoro non l’ho proprio. Nel frattempo nella mia testa sono sorti dei progetti talmente elaborati che Renzo Piano mi fa un baffo. Se si realizzeranno non lo so, ma di certo ce la metterò tutta. Il mio unico desiderio è quello di non dover mai rinunciare alle mie passioni e mi batterò per questo.
A volte ripenso alla mia vita da londinese e sotto certi aspetti un po’ mi manca. Mi manca la spensieratezza del vivere alla giornata, il non dovermi mai chiedere “cosa farò domani” e le mille meravigliose sfaccettature di una delle città più belle del mondo. Quando decisi di tornare in Italia sapevo che non sarebbe stato facile e sapevo che tornando mi sarei giocata tutto. Chiamatemi scema, sognatrice, folle o come vi pare, ma qui non si tratta di vincere o perdere, si tratta di gareggiare comunque, di continuare a ballare anche senza musica e di rimanere sul ring anche se nessuno scommette più su di te.
Quindi a tutti quei giovani che stanno pensando di “fuggire” all’estero non per fare un’esperienza di vita, ma perché credono che il loro Paese non ha niente da offrire, do un unico consiglio: fatelo solo quando sarete veramente convinti e consapevoli di aver utilizzato tutte le vostre carte, di aver giocato il tutto per tutto, perché ovunque voi siate,Inghilterra, Australia, Francia, Spagna, Germania, America, l’Italia rimarrà sempre il vostro paese, sarà sempre nel vostro cuore e tenterete di mettere a tacere i vostri dubbi sulla scelta di vivere all’estero pensando semplicemente che l’Italia non possa darvi nulla. Ma noi finora cosa abbiamo dato all’Italia?

Come disse Massimo D’azeglio dopo l’Unità della nostra nazione “Fatta l’Italia, bisogna fare gli italiani”. Ed è proprio questo il punto, sono i cittadini a rendere il nostro Paese quello che è, quindi dovremmo smettere di scegliere sempre la via più facile, cambiando strada di fronte agli ostacoli perché questo non significa vivere, ma sopravvivere e più di ogni altra cosa dovremmo smettere di credere a chi ci dice che non possiamo farcela, ma:
“Finché sei vivo, sentiti vivo. Vai avanti anche quando tutti si aspettano che lasci perdere”.
Con affetto
Silvia   

0 commenti: