Le speranze di una generazione disperata

13:28 Silvia Sgambellone 0 Comments



“La Repubblica riconosce a tutti i cittadini il diritto al lavoro e promuove le condizioni che rendano effettivo questo diritto”. Così recita l’ Art. 4 della nostra Costituzione. Strano ma vero, tutt’oggi l’Italia “sarebbe” una Repubblica democratica fondata sul lavoro. Dico “sarebbe” perché queste parole, se inserite nel contesto dell’odierno mondo lavorativo italiano, suscitano una certa ilarità. Una sorta di paradosso diciamo, se visto con gli occhi di un’ottimista e una sorta di tradimento se analizzato dai più pessimisti.


Lo so, del problema della mancanza di lavoro per i giovani italiani ne avete sentito parlare fino alla nausea ma, da venticinquenne quale sono, non posso fare a meno di scrivere la mia opinione a riguardo.
Inutile dire che sono arrabbiata. Arrabbiata per tutti quei ragazzi e quelle ragazze che, in questo momento, stanno cercando come me di costruire quel puzzle chiamato futuro; per tutti quelli che hanno speso gli ultimi anni a studiare per conseguire un titolo che, a mio parere, nell’Italia di oggi non serve più a niente; per tutti quei giovani costretti a lavorare all’estero per poter vedere riconosciute e ricompensate le proprie capacità e per quelli che dopo tanti sacrifici e ostacoli non ottengono il lavoro tanto ambito perché quel posto spetta all’ amico di... .
Mi piacerebbe dare un’ immagine, a chi ancora non ce l’ha, di come noi giovani vediamo l’ Italia di oggi: sentiamo di vivere in un’ Italia ingiusta, un’ Italia che sanziona chi regala un pezzo di pane ad un barbone e scagiona gli assassini, un’ Italia che preferisce avere settantenni come insegnanti e giovani laureati come camerieri, un’ Italia che ha tolto ai propri cittadini la voglia di lottare, un’Italia rassegnata ad essere l’Italia che è oggi.



Forse è vero che oggi non lottiamo più, è vero che non scendiamo più in piazza a protestare, ma preferiamo farlo nascondendoci dietro i nostri profili virtuali. Ma a quale scopo? Di solito quando si attuano delle proteste è perché si ha una certa fiducia verso chi sta dall’altra parte, perché si spera di poter essere ascoltati, di poter produrre un cambiamento. La verità è che noi giovani abbiamo smesso di credere nelle istituzioni; abbiamo smesso di credere in tutti coloro che parlano di meritocrazia italiana e poi sono i primi a raccomandare il figlio del vicino di casa; abbiamo smesso di credere perché sentiamo continuamente parlare di cambiamento quando in realtà non sta cambiando nulla, come scrive Tomasi di Lampedusa ne Il Gattopardo  “Se vogliamo che tutto rimanga com’é, bisogna che tutto cambi”. Guardando all’ Italia di oggi, direi che questa frase sembra quasi una profezia. Siamo di fronte all’illusione di un cambiamento che in realtà non avviene.



Visione eccessivamente pessimista? No non sono mai stata pessimista, ma ottimista dalla nascita e oggi come oggi, questa patologia può solo essere d’ aiuto. Proprio quest’ottimismo ha portato tanti giovani come me a non arrendersi. È vero, tanti altri lasciano l’Italia perché un paese che non può dare un futuro ai giovani è un paese senza futuro, ma tanti ritornano. Matti? Stupidi? No, semplicemente abbiamo deciso di non arrenderci. Un corridore abbandonerebbe mai una gara anche se sa che non può vincerla? Forse non vinceremo mai, forse i nostri “sogni” saranno destinati a rimanere tali. Non avremo un lavoro sicuro, non avremo la possibilità di comprare una casa, non andremo in pensione con ancora tutti i denti in bocca, ma insieme alla libertà di sognare c’è un’altra cosa di cui nessuno potrà mai privarci ed è la forza di andare avanti, la forza di credere ancora in noi stessi, di lottare nonostante tutto e tutti e con quella stessa forza affermeremo di fronte ai nostri fallimenti “Io non mi arrendo”.

A presto!!!

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